Titolo: Click, è un attimo

Click.
È un attimo: tutto cambia all’improvviso, in una frazione di secondo.
Il motivo? Ah!
Non ce n’è mai uno solo. È sempre una serie di fattori che si incastrano, come quelli necessari per far crescere i funghi — ma più numerosi e complicati.

E qui il motivo… sei tu.
Perché tu sei la somma di una serie infinita di fattori intrecciati (la tua rete neuronale, appunto) che dà vita al risultato del tuo umore.

Bene, detto questo: come ribalto la situazione anche quando so esattamente — nonostante la miriade di fattori concorrenti — tutti i punti da cui parte e arriva un umore di merda?

Basta un attimo.
Esempio: “Ci aveva già scritto mesi fa se volevamo dormire lì…”.
Il punto è che io mi ero offerto di ospitarvi già prima di quella offerta — solo qualche giorno, certo, ma prima. Voglio dire: se devi declinare un invito, motivarlo con “ordine degli inviti” non mi suona coerente, visto che il primo sarei dovuto essere io.
E questo è stato il primo click.
Anzi no, ce ne sono stati già altri. Ma partiamo da questo, che è il primigenio.

Sì, sono permaloso, molto. Lo so.
Sì, l’invito — in seconda analisi — era anche per farmi bello (almeno con me stesso) di aver ospitato persone “famose”.
Sì, loro hanno diritto di andare dove vogliono, soprattutto se qui c’è un gatto e a loro i gatti non piacciono.
Capisco tutto… ma non basta a smontare il mio umore di merda.


Secondo click: più sottile.
L’ex moglie che mi scrive per chiedere, nel periodo delle sue ferie, se posso bagnarle le piante e ritirare un pacco.
Sottolineo: EX.
Eppure…
Scambio di battute:
– “Per sapere se puoi andare ogni tanto a vedere le piante”
– “Se me ricordo vado”
– “Te lo ricorderò mi 🤣”
– “Allora mettemola in un altro modo più onesto. Se gaverò voia andarò”
– “Va ben. Grazie lo stesso”

Fastidio. Perché lei ha sempre precedenza su tutto e se non le va di fare qualcosa, non si scomoda. Io invece le ho sempre bagnato le piante quando era via. Stavolta non volevo dire “sì” e basta: volevo farle capire che scoccia anche a me fare lavori per lei.
Eppure il suo ultimo messaggio mi ha messo tristezza. Perché?
Empatia? La sensazione che ci sia rimasta male?
O magari è solo nella mia testa.


Terzo click:
Foto stato WhatsApp dell’amico con cui dovevo andare in crociera, che ha disdetto all’ultimo “per lavoro” (ma io penso per la morosa).
Foto: rada notturna con luna piena.
Evoca in me un’esperienza passata che vorrei rivivere. Non è detto che la rivivrei in sua compagnia… ma tant’è.
Le ragioni sono chiare, nulla che legittimi un’offesa. Eppure mi sento offeso.


Ultimo click (per ora):
Messaggio di “beneficienza” per portare un pranzo a domicilio a una persona chiusa in casa per “malattia” (su cui ho dubbi).
Casa che mi fa venire il voltastomaco, ma lo faccio per beneficienza. E poi quella persona non mi risponde.
E lì arrivo all’apice dell’egocentrismo: mi offendo perché non mi ha risposto.
Dovrei essere felice di aver evitato la cosa… e invece no.


Conclusione
Capisco tutto. Eppure non riesco a smontare l’impalcatura emotiva che mi fa subire i colpi.
Questo castello di stuzzicadenti è incrollabile.
Che me ne faccio di tutta questa lucidità?
Se qualcuno si lamentasse così con me, penserei: “Mamma mia, quanti calci in culo ti darei…”.
Forse è ora che inizi a darmeli da solo.


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