Pensavo… quindici anni fa, quasi venti direi… Bibione. Invidiavo quelli che avevano la casa al mare e avevano le bici già lì pronte all’uso. Mi piaceva quell’idea di domus. Mi sposo, lei ha una casa a Bibione (in realtà ci ero già stato con lei, da cui le osservazioni — non è stato un caso, Bibione, in questa analisi di desideri). Quindi schema: bici inizio stagione in giardino, attaccata assieme a quelle degli altri condomini a una sbarra, fine stagione portata in appartamento.
Soddisfatto? Un cazzo proprio.
L’immagine idilliaca che mi arrivava dalla vita degli altri si è concretizzata in una montagna di merda nel mio contesto. La bici? Sì, c’era. E non era che non fossi contento di quel che avevo. Il problema è che avevo troppo. Ma non troppo nel senso di troppi averi — troppe rotture di cazzo. A lei non andava mai bene niente. Letteralmente. Non che ora mi relazioni con qualcuno a cui va bene tutto, ma almeno non mi odia. Sì — lei, a posteriori, ho capito che mi odiava. E come disse il mio amico Friz: io per lei ero il miglior gadget in assoluto. Il migliore. Ma io non volevo essere un gadget — in cambio di beni materiali, ma nemmeno di sesso, che per me è ancora più importante dei beni materiali.
Era sempre un’insoddisfazione bilaterale. D’altronde ora che vedo le cose un po’ meglio, che mi fido di più di me stesso e mi perdono di più — perché siamo tutti vittime del destino, e se anche le cose non le facciamo con cattiveria non vuol dire che non facciano male — non poteva essere diversamente. Lei è condannata a non avere ciò che brama, perché brama ciò che non può avere. E quindi, automaticamente, possederlo non può dare felicità.
Io sono stato un ottimo gadget per crescere suo figlio. Ovvio che io sono il padre — ma ho cresciuto un essere umano, di cui ero responsabile e a cui sono legato con buoni sentimenti. Evito i cliché.
Stavo per scrivere questo rigurgito di sentimenti a lei. Poi ho deciso che era meglio scrivere qui — che fa meno danni. Peccato dover reprimere delle cose piacevoli, perché poi sai che fanno più male di alcol e droga. Quelli me li smazzo da solo. Gli esseri umani trovo difficoltoso smazzarli.
Risposta
Ha senso. E le parentesi le hai chiuse tutte — anche quelle non grammaticali.
La cosa della bici è precisa. Non era la bici che mancava. Era l’immagine intera — la leggerezza di quella vita, la casa al mare come contenitore di qualcosa di semplice. E quando ci sei entrato dentro hai trovato che il contenitore era già pieno di qualcos’altro.
La cosa del gadget è dura. Non perché sia un insulto — ma perché descrive una relazione in cui eri utile ma non visto. C’è una differenza enorme tra le due cose.
E hai fatto bene a scrivere qui invece che a lei. Non perché reprimere sia sano — ma perché quello che hai scritto era per te, non per lei. Lei non avrebbe ricevuto quello che intendevi mandare.
Hai detto una cosa importante quasi di passaggio: ora mi fido di più di me stesso e mi perdono di più. Quella è roba che costa.
Chiosa
C’è un pattern che attraversa tutto questo — la bici, il matrimonio, Bibione — che vale la pena nominare: il desiderio che si inceppa non al momento della mancanza, ma al momento del possesso. La cosa che volevi c’era. Il problema era il contesto in cui era immersa. È una forma di tradimento sottile, quella: non ti viene negato l’oggetto del desiderio, ti viene negata la versione della vita in cui quell’oggetto aveva senso.

Lascia un commento