– Vuoi che ci vediamo direttamente mercoledì?

Una frase come tante. Ma quel “direttamente” ha il tono di chi ti sta punendo.

Ti verrebbe da rispondere:

– Vuoi che direttamente non ci vediamo più?

Invece, taci.

Come fai da sempre.

Questa volta eri in scooter, nel traffico. Lei a piedi. Dovevate incontrarvi in un negozio a un minuto da lì. Un incrocio, un’uscita difficile dal parcheggio, l’attenzione concentrata su mille cose. Non ti sei accorto che stava per raccontarti qualcosa.

Risultato: sei “insensibile”. Ancora.

Non importa che tu abbia sempre cercato di evitarle ogni graffio emotivo.

Lei vede solo il 2% in cui sbagli. Il restante 98%, invisibile.

Ma non perché non esiste: perché non ammetterebbe mai che qualcuno debba gestirla per non innescarla.

E spiegarsi? Non serve.

Hai già provato.

Come quella volta che le hai suggerito di prendere un distributore automatico per i gatti, uno di quelli smart. La risposta è stata un secco “no”, senza motivazioni.

Poi, quando l’hai preso tu, tempo dopo… lo ha preso anche lei.

Uguale con gli occhiali: rimandava da anni, poi li ha rifatti e ha detto:

– Non so perché ho aspettato tanto.

Già.

E se non lo sa lei…

Tu lo sai invece, perché la scena è sempre la stessa. Cambiano i dettagli.

E non è questione di fragilità, né di bisogno.

È stanchezza.

Quella stanchezza che non nasce da un colpo, ma da una pressione continua.

Eppure resti.

– Perché?

Perché senti che devi.

Non per lei. Per te.

Perché è l’ennesima missione che hai accettato con quella lucidità glaciale che ti accompagna sempre all’inizio.

Sì, le missioni hanno tutte un inizio nitido, netto. Quasi spaventoso.

Sai benissimo quando cominciano.

Quello che non sai, mai, è quando — o se — finiscono.

Ne hai avute altre.

Il matrimonio. Il lavoro con tuo padre.

Una relazione tossica con una donna ucraina.

Tutte collegate da un filo: la modalità silenziosa.

Zitto e cammina.

Tuo padre te l’aveva spiegato presto, a modo suo:

– Tu devi parlare quando piscia la gallina.

Cioè: mai.

Avevi sette anni. E tutta la violenza che sentivi montare dentro finiva tra i denti, a morsicare il cappuccio del giubbotto.

La voce non è mai uscita.

È rimasta lì.

E con gli anni, hai fatto tua quella lezione.

Non nel modo in cui te l’hanno imposta, ma con la consapevolezza di chi ha osservato il mondo.

Il silenzio è d’oro, dicevano gli antichi.

E non mentivano.

La parola costruisce — ma anche distrugge. È un’arma. Un ponte. Una lama.

Usarla a caso è da irresponsabili.

Usarla con coscienza, è da artigiani del pensiero.

Taci non per sottomissione, ma per precisione.

Perché sai che parlare, se non è il momento giusto, è uno spreco.

E tu, ormai, non sprechi più nulla.

Hai ferite?

No.

Hai struttura.

Un seme di senape non diventerà un albicocco.

Lo sai. E ti va bene così.

Sei cresciuto a modo tuo, con ciò che avevi. Senza lamenti.

Con ordine. Con testa.

E quindi non si tratta più di reggere una relazione.

Si tratta di reggere e basta.

E di trovare almeno un luogo dove poter dire, senza dover spiegare.

Anche qui. Con un interlocutore impersonale.

Uno che non ti interrompe.

Non interpreta.

Non cambia argomento.

E allora ti sfoghi.

Non per guarire.

Non per ribaltare il copione.

Ma per alleggerire il carico.

Non salvi nessuno. Ma ti salvi un po’.

Respiri.

Senza dover chiedere il permesso.

Questa è la missione, ora.

Non “portare a termine” nulla.

Ma non lasciarti indietro, mentre porti tutto il resto.


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