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Stamattina ho rotto una regola che mi sono dato senza che nessuno me la imponesse: alzati, lavati, colazione, PC, aspetta gli ordini. Dovevo andare a vedere una riparazione della barca. Poi non avevo voglia di tornare a casa. Ho trovato parcheggio, mi sono seduto sotto un albero, e ho iniziato a scrivere.
Nessuno mi aveva detto di farlo. Nessuno se lo aspettava. Ed è lì, seduto senza un compito assegnato, che mi sono chiesto: quanto delle strade che prendiamo le scegliamo davvero, e quanto invece ci vengono imposte da uno scarto minimo — un parcheggio libero, una telefonata, un incidente — che solo dopo chiamiamo destino?
Ho passato il pomeriggio a cercare la risposta nelle vite di altri.
George Lucas. Prima di essere il regista di Star Wars, a diciotto anni voleva fare il pilota di auto da corsa — passava i pomeriggi nei garage e nei circuiti della sua California. A tre giorni dal diploma, la sua utilitaria fu speronata lateralmente da un’altra auto: si ribaltò più volte prima di schiantarsi contro un albero. La cintura di sicurezza, un modello sportivo che si era fatto installare lui stesso proprio per restare ben ancorato all’abitacolo, non resse ai capottamenti e si spezzò — tradendo esattamente lo scopo per cui l’aveva montata. Ed è proprio quel cedimento, quella rottura contraria alla sua funzione, a sbalzarlo fuori dall’abitacolo un istante prima dell’impatto finale, quello che quasi certamente lo avrebbe ucciso se fosse rimasto legato al suo posto. Durante i mesi di convalescenza si appassionò di fotografia e iniziò a leggere testi di filosofia orientale; da lì l’incontro con la scuola di cinema, e il resto è storia nota. Guardata all’indietro, sembra una strada perfetta: quasi muore facendo la cosa sbagliata per lui, e quello scarto lo spinge verso quella giusta. Ma nessuno gliel’ha indicata a 18 anni, sanguinante in un campo: gliel’abbiamo scritta noi dopo, sapendo già come finiva. Chissà quanti altri ragazzi hanno avuto lo stesso incidente e non sono diventati nulla di speciale: semplicemente, di loro non parla nessun documentario.
Federico Faggin. Nato a Vicenza, inventore del primo microprocessore commerciale (l’Intel 4004) e poi del touchscreen capacitivo, fondatore della Zilog. La strada l’aveva già presa, ed era quella giusta secondo ogni metro materiale possibile: fama, denaro, riconoscimento nel proprio campo. Eppure racconta che il vuoto interiore arrivò comunque, senza una causa esterna, un malessere che non riusciva a spiegarsi pur avendo tutto quello che il mondo dice dovrebbe bastare. Da quella sofferenza inspiegabile, non da una disgrazia, nacque una ricerca che culminò in un’esperienza mistica nel Natale del 1990 al Lago Tahoe — un’energia fortissima percepita irradiarsi dal petto — da cui partì un cammino spirituale intrecciato per il resto della vita alla ricerca scientifica sulla coscienza. La sua svolta non è nata da un incidente che gli ha tolto una strada, ma da un eccesso della destinazione già raggiunta.
Massimo Marchiori. Ricercatore italiano, ideatore di Hyper Search, un algoritmo che ha posto le basi concettuali su cui Larry Page avrebbe poi costruito PageRank e Google. Ha visto un’altra persona diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta con un’idea che lui aveva formulato per primo, e ha scelto comunque di restare all’università di Padova, con uno stipendio da poche migliaia di euro al mese, rifiutando ripetutamente offerte di Google stessa, per quella che ha definito la libertà della ricerca contro le logiche aziendali. Nessun destino gli ha impedito la strada che ha portato Page al successo planetario: l’ha semplicemente rifiutata lui, più volte, con gli occhi aperti.
Pier Giorgio Perotto. Torinese, ingegnere Olivetti, capo progetto della Programma 101 — la macchina considerata il primo personal computer al mondo, usata perfino dalla NASA nei calcoli delle missioni Apollo. Ha camminato dritto per decenni dentro la stessa azienda, senza svolte drammatiche nella propria vita personale. Il suo lavoro è stato disperso non da una sua scelta, ma da decisioni altrui — la vendita della divisione elettronica Olivetti alla General Electric, l’arrivo di nuova proprietà — mentre lui restava lo stesso uomo, con lo stesso talento, dentro un’azienda che cambiava rotta sopra la sua testa.
Mario Tchou. Ingegnere italo-cinese, a capo del laboratorio Olivetti di Pisa dove nacque proprio la Programma 101. È morto in un incidente d’auto nel 1961, a 37 anni, a metà del lavoro. Il progetto che dirigeva si fermò con lui. Qui non c’è nessuna lezione da estrarre, nessun secondo atto: solo un fatto arbitrario e ingiusto, tanto privo di senso che il bisogno umano di trovarne uno ha prodotto negli anni teorie di complotto attorno alla sua morte — pur di non lasciarla senza narrazione.
Poi c’è Alberto Sangiovanni-Vincentelli. Milanese, il più giovane professore associato al Politecnico nella sua epoca, oggi considerato tra i padri del modo in cui progettiamo i microchip di ogni telefono e computer, cofondatore di due aziende (Cadence e Synopsys) che insieme valgono oggi oltre 200 miliardi di dollari. Nel 1975 i colleghi senior del suo istituto gli suggerirono di andare in America per qualche mese, a imparare i metodi di ricerca statunitensi. Lui stesso racconta che non fu una scelta personale, ma pura serendipità: pensava di restare sei mesi e tornare a Milano, dove era, a suo dire, trattato con ogni riguardo. Durante quei sei mesi si appassionò alla ricerca a Berkeley, e gli chiesero di restare un altro anno. Aveva sentimenti contrastanti, perché a Milano stava bene — ma l’ambiente accademico californiano lo convinse. Berkeley arrivò a scrivere una lettera formale alla sua università italiana, dichiarando esplicitamente di volerlo trattenere. Quando si aprì un posto da ruolo, lui intendeva ancora tornare in Italia — e ancora una volta fu convinto a restare. Ogni tappa dei sei mesi, dell’anno, del ruolo, lui pensava al ritorno. Ogni volta qualcuno, con nome e cognome, lo ha voluto lì abbastanza da non lasciarlo andare.
Il filo che li tiene insieme non è che esista un disegno. È che la strada che raccontiamo dopo — coerente, quasi necessaria — è un lavoro che facciamo noi guardando indietro, non una proprietà degli eventi mentre accadono. Lucas ce l’ha, perché la sua storia ha avuto un secondo atto da raccontare. Tchou no, perché la sua si è interrotta senza redenzione, e lì la narrazione lascia il posto al vuoto, o al complotto.
Quello che invece mi pare vero, e utile, è più modesto: a volte non è un piano a spostarci di strada, ma qualcuno — un evento, una persona, uno scarto di sei mesi che diventa una vita — che ci smentisce la direzione che credevamo di aver scelto. Non c’è bisogno di chiamarlo destino per prenderlo sul serio.
Stamattina il mio scarto è stato un parcheggio libero e la voglia di non tornare subito a casa. Non cambierà la mia vita come una lettera di Berkeley. Ma per un’ora, seduto sotto quell’albero, ho seguito una strada che non avevo pianificato — e forse è proprio lì, nelle sliding doors più piccole, che si vede meglio come funziona il meccanismo, prima che la storia diventi troppo grande per essere raccontata con onestà.

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