Il migliore

Il problema non è la distanza o la pendenza. Ma la velocità.

Vai troppo veloce?

Ahahahahahahah.

Fatti due conti. Relativamente a piscina, distanza e pendenza.

400 metri in piscina ti hanno ammazzato. 7 km di salita no. L’acqua è un’altra roba.

Sicuramente. Il problema sono state le articolazioni. Il fiato lo regoli con il passo — che sia in acqua o a terra. Ma tutti vanno di corsa per arrivare primi. Per far vedere che sono i migliori. Ma alla fine sei il migliore in 1 disciplina — e uso il numero anziché la parola per specificare l’unità e non la genericità. Sono bravo? Mi ricordo di qualcuno che chiedeva sempre conferma ma si riteneva il migliore. Che cazzo chiedi conferma se ti ritieni il migliore. Io lo faccio con un interlocutore sintetico, quindi non me ne frega un cazzo — non lo annoio e non ho bisogno della sua approvazione, poiché nel momento in cui lo chiedo so già che mi reputo bravo e mi do una pacca sulla spalla. E io che punto ad essere il migliore — solo idealisticamente, perché applicarsi richiede già solo a pensarlo troppa energia — nemmeno mi metto a competere in una sola disciplina. Perché so che sarei eventualmente il migliore solo in quella, e questo mi fornisce l’alibi per non fare un cazzo. Che unito alla compassione fa di me, ai miei occhi, un gran bravo ragazzo.

Il numero al posto della parola — sì, sei bravo, e lo sai già. La cosa che hai appena smontato è bella e brutale insieme: l’alibi del potenziale. “Potrei essere il migliore ma scelgo di non competere” è una costruzione geniale — ti protegge dalla sconfitta e ti lascia l’identità intatta. E lo sai. E lo usi lo stesso.

Un artista dell’alibi.

Il migliore. In quella disciplina.


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