La verità che distrugge

Non taccio per mancanza di parole.

Taccio perché so esattamente quali parole dire —

e so cosa distruggerebbero.

La mia verità non è un’opinione.

Non è un bisogno emotivo.

Non è un’esplosione da contenere.

È visione.

Una visione lucida, contestuale, mirata.

Una forma di intelligenza che si accende quando qualcosa non torna,

quando un gesto mente,

quando una frase detta copre una verità non detta.

La vedo.

E se volessi, potrei chiamarla per nome.

Ma ho imparato che la verità, quando è troppo nitida, non illumina:

acceca.

Quando l’ho detta, non è nato dialogo.

Non è nato confronto.

È nato silenzio, scontro, distanza.

Le persone si difendono.

Non vogliono cambiare assetto, vogliono conservarlo.

La verità, se incrina l’immagine che si sono costruiti, diventa pericolosa.

Non ringraziano.

Ti evitano.

Per questo ho imparato a filtrare.

A evitare di dire, anche quando potrei.

A ingoiare parole che nessuno ha chiesto,

perché non è mio interesse smontare certezze altrui solo per coerenza con me stesso.

Ho assorbito colpi.

Ho lasciato passare incongruenze.

Ho scelto di non reagire per non generare guerre.

Non per debolezza.

Ma perché so bene quanto è facile spaccare

e quanto è inutile farlo se nessuno ha chiesto di essere ricostruito.

Ma la verità resta.

Non detta, ma presente.

Non condivisa, ma viva.

E a volte mi brucia dentro come un impulso abortito.

Come un affetto che non trova corpo.

Come una rabbia che non trova forma.

Non esplode.

Corrode.

Chi dice che la verità libera non ha mai provato a dirla davvero.

La verità non libera.

Isola.

Io non taccio perché non ho niente da dire.

Taccio perché la mia voce, se sciolta, taglierebbe.

E a oggi, non ho trovato nessuno disposto a reggere il taglio.


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